I parchi divertimento, come tutte le attrazioni esperienziali, devono fare i conti con un problema comune: troppi visitatori nei giorni in cui la struttura è sovraccarica e l’esperienza meno adeguata, troppo pochi invece nelle giornate più scarse, in cui il parco è più vivibile. La risposta che Disney ha messo a punto nel corso degli ultimi anni è quella di usare la leva del prezzo del biglietto come strumento di regolazione del flusso.
In recenti dichiarazioni, il CFO del gruppo, Hugh Johnston, ha descritto come un lavoro di ottimizzazione del rendimento per visitatore, con l’obiettivo di crescere in valore per singolo ingresso, piuttosto che nel numero di ingressi. Del resto, già nel 2023 Greg Marks, responsabile del prodotto per Walt Disney Parks and Resorts, affermava che il parco, attraverso il prezzo “ha fatto quello che doveva fare, ovvero aveva bisogno di ridurre il pubblico e mantenere comunque il livello delle entrate, evitando che 50 trilioni di persone si presentassero al parco e avrebbero visto solo l’area di Star Wars senza fare nulla”. Un modello che è già in funzione da anni nelle grandi catene alberghiere e nelle compagnie aeree, e che il gruppo sta trasportando, con cautela, nel business dei parchi..
I numeri recenti evidenziano che i parchi USA di Disney hanno registrato nel 2025 un calo dell’1% dei visitatori rispetto all’anno precedente, mentre i parchi degli altri continenti sono cresciuti dell’1%. Eppure, nello stesso periodo, la divisione Experiences ha chiuso con un utile operativo record di 10 miliardi di dollari, in crescita dell’8% sull’anno precedente, e il quarto trimestre ha visto un balzo del 13% rispetto al corrispondente periodo del 2024. Anche la spesa per ospite nei parchi statunitensi è salita del 5%, rispetto al 3% dell’anno prima.
La conclusione è che Disney guadagna di più, con meno visitatori. O meglio, ha smesso di competere sul volume e ha scelto di aumentare i profitti. Ogni ospite che entra porta con sé un valore medio più alto di prima. Ci riesce perché il sistema tariffario è progettato per selezionare, nel senso di orientare e distribuire, la domanda lungo il calendario di apertura.
Come funziona l’attenzione sui ricavi
Il meccanismo è articolato su più livelli e copre praticamente ogni voce di spesa dell’ospite durante la visita. Il biglietto d’ingresso varia già per data, con prezzi che a Disneyland Paris oscillano da un minimo di circa 65 euro a un massimo vicino ai 119 per i giorni di punta, e la forbice di oscillazione viene rivista nel corso dell’anno in base alla domanda effettiva registrata. Il CFO Johnston ha confermato a novembre 2025 che questo modello già testato a Parigi arriverà ai parchi statunitensi.
Ma il biglietto d’ingresso rappresenta solo la prima possibilità d’incasso. Il sistema più efficace è quello dei servizi aggiuntivi, come il Lightning Lane Multi Pass, strumento salta coda, che ha una tariffa giornaliera che cambia ogni ventiquattro ore in funzione dei flussi attesi. Durante il picco di Pasqua 2026 a Disneyland Paris si è andati dai 90 ai 190 euro. Oltre al Lightning Lane, il sistema estende la logica del prezzo variabile alle cabanas nei parchi acquatici, alle esperienze gastronomiche con prenotazione, ai tour VIP, agli eventi serali e servizi di personalizzazione come il Bibbidi Bobbidi Boutique.
Sullo sfondo di questa strategia c’è un dato, relativo all’estate, che ha smesso di essere la stagione nella quale i proventi sono in qualche modo garantiti. Le scuole con calendari flessibili, le ferie distribuite su tutto l’anno, il lavoro da remoto che ha scollegato le vacanze dal calendario scolastico tradizionale contribuiscono a redistribuire la domanda. Disney ha risposto al fenomeno costruendo un’offerta diversificata, fatta di soggiorni prolungati con notti di hotel in omaggio (fino a due notti gratuite su pacchetti qualificati per l’estate 2026), accesso gratuito al parco acquatico il giorno del check-in tra il 26 maggio e l’8 settembre e sconti del 25% sui resort nei periodi di minore domanda. Il risultato atteso è di convincere le famiglie che possono permetterselo a restare più a lungo e a spendere di più nel corso di una settimana piuttosto che in un veloce weekend, senza necessariamente riempire le strutture al massimo.
Dati di riferimento. Nel Q3 2025 la divisione Parks, Experiences and Products di Disney ha generato 9,086 miliardi di dollari di ricavi, cresciuta per effetto dell’incremento della spesa per ospite e non del volume di ingressi. Il costo medio di un viaggio di quattro giorni è passato da 3.230 dollari nel 2019 a 4.266 nel 2024, secondo dati Macrotrends. Il margine operativo della divisione Experiences si è attestato intorno al 5,9%, in un settore in cui la media di riferimento è il 10-14% (fonte: IBISWorld).
Cosa succede nei parchi divertimento italiani?
La tariffa differenziata per periodo esiste già in molti parchi italiani, almeno nella forma più elementare. In genere il biglietto del fine settimana è più caro di quello infrasettimanale, quello di agosto più caro di quello di giugno. Tuttavia il passaggio che Disney ha già compiuto è quello di cominciare a trattare il tema del prezzo come una variabile operativa, da calibrare in funzione della domanda prevista e di quella effettiva. Questo richiede infrastruttura tecnologica, cioè sistemi di biglietteria connessi, analisi dei dati storici e sistemi predittivi dei flussi , ma soprattutto un cambiamento nella cultura gestionale.
In questo ambito, ogni touchpoint attraverso il quale l’utente entra in relazione con il parco, come l’ecommerce per la biglietteria, il parcheggio, gli ombrelloni e la ristorazione, rappresenta uno strumento di efficienza operativa e funge da punto di alimentazione di sistemi di pricing più sofisticati. L’algoritmo gestisce il dato, che alimenta il sistema e genera la decisione sul prezzo praticato.
C’è un tema che Josh D’Amaro, ex presidente della divisione Disney Experiences e nuovo CEO, ha affrontato pubblicamente nell’assemblea degli azionisti di marzo 2026, consapevole che una visita ad un parco Disney è, nelle sue parole, un “investimento significativo per le famiglie”. Il rischio del prezzo dinamico puro è quello di rendere il parco una destinazione per i redditi alti e di scoraggiare il segmento di famiglie, che Disney vuole mantenere strategicamente nel proprio pubblico.
La risposta di Disney è stata quella di sovrapporre ai prezzi variabili un sistema di offerte combinate (pacchetti resort più giorni di parco, promozioni stagionali cumulabili) che permette a chi pianifica in anticipo e ha flessibilità di calendario di trovare condizioni vantaggiose. È un compromesso tra ottimizzazione del rendimento e presidio del mercato di massa, un equilibrio che ogni gestore di parco, indipendentemente dalla dimensione, dovrebbe tenere in considerazione quando ragiona sulla propria politica tariffaria.
Cosa imparare dall’approccio Disney sul prezzo dinamico
Disney è un caso limite per dimensioni, risorse e tecnologie. Il modello di dynamic pricing che sta costruendo, con variazioni intraday, algoritmi di previsione della domanda, integrazione tra hotel, biglietti e add-on, richiede investimenti e competenze difficili da replicare.
Serve comunque la consapevolezza che le politiche di prezzo sono oggi, assieme alla distribuzione dei canali di vendita e alla gestione della relazione con il cliente, uno dei terreni più fertili per chi vuole crescere in redditività senza necessariamente aumentare i volumi. Nell’industria italiana dei parchi divertimento, che vale circa 400 milioni di euro di ricavi diretti da biglietteria, la distanza tra i ricavi derivanti dalle politiche di pricing attuali e quelli derivanti da una gestione più sofisticata rappresenta un elemento che può incrementare fortemente gli utili, a parità di volumi.




